CENNI SUL MOVIMENTO RASTA

Giamaica anni '30: nella colonia britannica nasce un nuovo culto, quello di ras Tafari, l'imperatore etiopico Hailé Sélassié. I profeti del movimento rasta danno una dignità ai figli degli schiavi africani. E i musicisti di Kingston regalano alla fede nera un'arma bianca: il reggae

di Hélène Lee

Ogni nuova religione nasce da un momento magico, da una congiunzione favorevole di segni che trasformano un semplice sogno in vera e propria rivelazione. A noi "umani" non è dato sapere come ha funzionato la magia con Gesù Cristo, Buddha e Maometto. Con ras (re) Tafari, invece, abbiamo avuto la fortuna di assistere in diretta a questo rarissimo processo. Dei primi pensatori rasta si sa poco o niente. L'unica cosa certa è che i fondatori e i profeti del movimento sono stati perseguitati o internati nei manicomi, e i pochi sopravvissuti sono scomparsi uno a uno come per magia. Tutto ha inizio nel 1834, quando, abolita la schiavitù in Giamaica, piccola colonia della corona britannica a sud di Cuba, il parlamento inglese versa ai proprietari terrieri un risarcimento di 20 milioni di sterline per la perdita del loro "capitale" umano, ma nemmeno un centesimo va agli schiavi. Dall'oggi al domani, 300 mila africani finiscono sulla strada, privati del loro passato, della lingua, della famiglia. Si tenta di obbligarli a lavorare per i loro vecchi padroni con contratti definiti di "apprendistato", ma essi rifiutano i salari vergognosi di questo stato di quasi schiavitù. I coloni li cacciano dalle piantagioni. I neri conservano solo una cosa: il ricordo della mitica Africa dove vivevano da uomini liberi, come fossero re. Accanto al senso forte della propria identità africana, altri due elementi saranno fondamentali per la nascita del credo rasta: la Bibbia da un lato, e la marijuana dall'altro. Gli schiavi neri infatti riconoscevano la propria storia nell'episodio della "Schiavitù d'Egitto" narrato nell'Antico Testamento, "importato" sull'isola dalle congregazioni battiste alla fine del XVIII secolo. Nel 1838, quattro anni dopo l'abolizione della schiavitù in Inghilterra, 8 mila lavoratori africani e 36 mila indiani, con regolare contratto, sbarcano nel Nuovo Mondo. L'arrivo degli indiani con le nuove filosofie sconosciute ai più e i battelli stracolmi di "erba" giocherà un ruolo di primo piano nella nascita del movimento rasta. E mentre il vecchio sistema economico va in rovina, l'isola, diventata nel frattempo colonia della Corona britannica, con la creazione di strutture amministrative, della rete stradale e ferroviaria e soprattutto di un sistema giudiziario moderno, entra in punta di piedi nel XX secolo. A questo punto entra in gioco un'altra peculiarità dei giamaicani: il loro amore per la parola. Il rap e il raggamuffin, ben noti ai giovani del nostro tempo, discendono dall'arte dei disc-jokey giamaicani. Ma ancora prima della metamorfosi moderna, la parola giamaicana ha spesso assunto risvolti profetici. Sogni, simboli, musica, tutto serve per predicare una nuova fede, per fondare una nuova chiesa. E in Giamaica persino i predicatori americani fanno fortuna. Ma per i figli della schiavitù il paradiso non è lo stesso dei loro padroni. Loro aspirano all'Africa, la terra promessa dai predicatori. Tra i più famosi, Bedward che aveva promesso ai suoi seguaci il Grande Ritorno entro il 31 dicembre 1920, e considerato un pazzo (1930) viene internato fino alla morte nella casa di cura Bellevue. Tra tutti coloro che hanno cercato di trasformare il mondo con la forza della parola il più grande è stato indubbiamente Marcus Garvey, il padre spirituale del Black Power e, negli Anni '20 di questo secolo, il fautore di programma innovativo teso non all'integrazione dei neri nel mondo dei bianchi, ma alla ricerca di un potere indipendente che mettesse le due razze sullo stesso piano. Destituito a forza di intrighi, il "gigante" venne arrestato (1924) e deportato negli Usa (1927). Per i giamaicani è stato comunque un uomo con la pelle nera capace di comunicare con i grandi della Terra, presidente delle assemblee dei re e dei principi africani alle riunioni per la presa di coscienza del popolo nero (UNIA). In Giamaica non si erano mai visti, afferma Peter Tosh, "né professori neri, né preti neri, né dottori neri. Eravamo alunni senza maestro, pecore senza pastore...". Garvey sarebbe stato "il maestro". Ha lasciato una traccia indelebile: si può essere neri ed essere comunque persone importanti e rispettate. All'inizio del XX secolo, la Giamaica era un'immensa piantagione senza identità nazionale, dove ogni comunità si sentiva esiliata. Gli Indiani sapevano di essere stati strappati con la forza dalla propria terra: allo scadere del contratto, pochi ottenevano il biglietto di ritorno per l'India, contrariamente a quanto pattuito con i proprietari terrieri. Gli ebrei, erano scampati all'inquisizione spagnola; gli inglesi si recavano il meno possibile sull'isola, affidando la gestione delle loro terre a personaggi ignoranti e violenti. Ma nel 1927, con l'impatto di Garvey in America e il sentimento di fierezza che suscita nei cuori dei giamaicani, la situazione incomincia a cambiare. I dieci anni che seguono il suo ritorno in patria, vedono il risveglio morale del paese. Garvey combatte con vigore sulla scena elettorale e fonda il PPP il primo partito giamaicano: ma in mancanza del suffragio universale (votano solo i ricchi), il suo tentativo di insinuarsi nelle maglie del potere è vano. Nel 1935 parte per l'Inghilterra. A livello sociale, gli Anni '30 segnano l'inizio dell'era industriale: l'esodo dalle campagne alimenta i ghetti attorno alla città di Kingston. Nel 1938 si registrano le prime proteste sindacali che daranno vita ai due partiti politici attuali, il Jamaican Labour Party (JLP) e il People National Party (PNP). È l'epoca di un incredibile fermento spirituale. Le sette spuntano ovunque, le religioni afro-caraibiche conoscono una stagione di rinnovamento. L'etiopismo, vecchio mito africano dei neri del Nuovo Mondo, vive un grande momento e raggiunge il culmine con l'incoronazione di Sélassié prima a re (1927) e poi a imperatore (1930). Chi è dunque questo Ras Tafari, "Re dei Re, Signore dei Signori, Leone che conquista la tribù di Giuda", ultimo tra gli dèi del XX secolo? Il personaggio che il mondo conosce con il suo nome da imperatore, Hailé Sélassié, è stato uno dei più grandi capi di stato moderni. Nei cinquantatré anni del suo regno, ha abolito la schiavitù, istituito il diritto di voto, creato il parlamento, dato avvio alle riforme agrarie. I grandi momenti del suo regno - l'incoronazione, la vittoria su Mussolini, la creazione dell'OUA ad Addis Abeba - sono ampiamente trattati dalla stampa internazionale così come i suoi discorsi (che Bob Marley arriverà a mettere in musica). Il popolo gli rivolge uno sguardo pieno di speranza. Sarà forse il Messia Nero? I "primi rasta" tentano di raccogliere le prove. E dal momento che non c'è modo di vederlo - la tv non esiste ancora e i giornali giamaicani non danno alcuna informazione sull'Africa - le poche informazioni vanno a ruba. Soprattutto si consulta la Bibbia: oltre ai numerosi riferimenti al Re dei Re, con il salmo 68 si giustifica il nome "Jah", che per i rasta significa Dio. Chi è il "primo rasta"? Chi ha avuto la prima rivelazione della divinità di Hailé Sélaissié? Nessuno dà risposte precise, tantomeno gli stessi rasta. Il nome più accreditato è quello di Leonard Percival Howell, ritornato in Giamaica verso il 1932 dopo un fantomatico viaggio ad Addis Abeba, e che predica a Port Morant, regione dove la presenza indiana è molto alta. Molti citano Archibald Dunkley, un altro navigatore rientrato in Giamaica nel 1930; per tre anni ha letto e riletto la Bibbia alla ricerca di prove sulla divinità del "Leone di Giuda". Nathaniel Hibbert ha vissuto vent'anni nel Costa Rica dove è diventato gran maestro dell'Ancient Mystic Order of Ethiopia; ha iniziato a predicare la divinità di Hailé Sélaissié a St. Andrew, prima di unirsi agli altri a Kingston. Sono tutti molto vicini al movimento di Garvey al quale attribuiscono la profezia del "Re Nero Redentore," molto in voga tra i predicatori dell'epoca ("Guardate verso l'Africa: un re nero verrà incoronato, e condurrà il suo popolo verso la liberazione"). Ma nessuno è sensibile quanto Garvey, soprattutto in tema di occultismo. Lui è l'uomo della Luce, delle Idee. Non ha mai approvato le religioni "urlate, dove si creano santi, le religioni dove si balla sotto l'impulso di un'emozione sfrenata". E tuttavia la musica, la trance, sono l'Africa: un dilemma che dovranno risolvere i seguaci. La risposta arriverà da un giovane rasta di Kingston Est, Count Ossie, che impara a suonare le percussioni da Brother Job, maestro della tradizione dei battitori e che getta le basi della musica rasta, una musica che non spinge l'uomo verso "passioni sfrenate" ma che lo aiuta a farsi valere, a vedere chiaro. Uniti nel suono corale delle percussioni, i fratelli rasta curano le loro ferite e guardano alla Storia con occhi diversi. La decadenza nera non è che un racconto funesto inventato dagli sfruttatori. Una volta strappato il "velo" la padrona bianca è solo una vecchia signora, il poliziotto un ciarlatano di Babilonia creato dalla paura. Con questo ritmo terapeutico, Ossie ha regalato a Rastafari un'arma bianca: il reggae. E poi c'è la ganja , la marijuana. Per i loro coolies indiani, i proprietari terrieri importavano intere navi di "erba di Kali" L'erba ha un ruolo rituale: la si fuma in onore della potente dea o per comunicare con Shiva, cui si rivolgono preghiere pronunciando "Jai!". Howell, il primo rasta, ha copiato il più possibile dagli indiani: la ganja, la preghiera, il principio dell'ashram, il divieto di ingresso alle donne, la dieta vegetariana, i capelli lunghi degli sadhu, l'interiezione che nel mondo rasta diventa "Jah!". E persino il nome: Gangunguru Maragh. Le bizzarre capigliature e i riti nascondono qualcosa di profondo: un pezzo di Asia, un modo diverso di rapportarsi alle cose. Le apparenti contraddizioni non sono altro che tasselli di uno stesso mosaico, vivo e pulsante, dove la morte è bandita. Dio è l'Uomo in piedi, come Rama, Krishna, Buddha, personaggi che hanno raggiunto la divinità grazie alla perfetta amministrazione dei loro regni. Tutti cercano il proprio regno. Howell avrà la sua Pinnacle, la più antica e la più celebre delle comunità. Il principe Edwards Emmanuel fonderà il villaggio dei Bobos a Bull Bay, con i suoi riti sacri, gli spinelli e il suo regime di quasi autarchia. Count Ossie, opterà per una comunità più aperta, in grado di fornire aiuto e istruzione all'intero quartiere. Le comunità pullulano, così come le idee e i leader. Ma i figli degli schiavi non sono pronti a rinunciare alla propria indipendenza di pensiero. I niyabinghis resteranno il simbolo di questi anni: senza un leader, è la povertà che li tiene uniti, il loro odio verso i conquistatori e i bianchi. Sono loro che hanno attribuito un'immagine razzista al culto affermando la superiorità nera, rifiutando i bianchi e i meticci. I ripetuti raid contro la Pinnacle, tra cui un'incursione militare appoggiata dalla CIA, sono seguiti dai lettori giamaicani come un romanzo a puntate. Il braccio armato dei rasta ha sempre i suoi seguaci, come il gruppo di Sam Brown a Trench Town; sono comunque in minoranza dal momento che la maggior parte degli adepti rifiuta ogni ingerenza da parte del mondo politico e qualsiasi tipo di violenza. E poi c'erano molti rasta che avevano scelto la pace spirituale anche a prezzo di un totale abbandono dei beni materiali. Dopo i maltrattamenti e il disprezzo arrivò l'ora delle persecuzioni: con l'accusa di altri complotti, si decise di malmenarli, di tagliar loro i capelli, di bruciare le loro capanne. Dal 1960, però, i rasta non sono più i "senza voce" degli esordi. Dopo il periodo della violenza alcuni rasta, tra cui Mortimer Planner, il guru di Bob Marley, chiedono all'università di Mona di fare un'inchiesta sul movimento. Il rettore invia a Back'O Wall una squadra di ricercatori e di studenti che redigeranno il celeberrimo "Rapporto dell'università", un elenco di raccomandazioni di ordine sociale e culturale su una missione in Africa destinata a determinare se alcuni paesi siano pronti ad accettare l'arrivo degli africani del Nuovo Mondo. Nel 1961, dodici seguaci garveyani e rasta si recano in cinque paesi africani che si sono dichiarati favorevoli al ritorno dei discendenti degli schiavi. Alla fine della Seconda guerra mondiale Hailé Sélassié aveva infatti concesso agli africani della diaspora la valle di Shashamani, in Etiopia, per ringraziarli del loro sostegno durante l'invasione delle truppe di Mussolini. I primi coloni caraibici arrivano nel 1961: l'etiopismo è realtà. Nel 1963, nella ormai Giamaica indipendente, scoppia "l'affare Coral Gardens": i rasta conquistano le terre che si affacciano sul mare a est di Montego Bay, apparentemente di nessun interesse. Ma con lo sviluppo del turismo, le agenzie immobiliari iniziano a considerare gli accampamenti con occhio diverso. La polizia, schieratasi dalla loro parte, non dà tregua alle comunità. Ammazza di botte i "barbuti" (così venivano chiamati all'epoca) che a loro volta si vendicano violentemente. Viene dichiarato lo stato di emergenza. Il Primo Ministro Bustamante ordina di arrestare tutti i rasta: "quelli che non ci stanno in prigione, finiranno al cimitero!" Durante la sanguinosa repressione molti "barbuti" scappano a Kingston per ingrossare le fila di Back'O Wall. La popolazione giamaicana ne ha abbastanza: i rasta sono ovunque e la loro causa inizia a suscitare simpatie. Ci si avvia verso una fase di normalizzazione del culto che Bob Marley diffonderà su scala mondiale. L'industria della musica ha inizio nelle primitive sale di incisione create in alcuni locali dai giovani del ghetto, i rude boys. Gli appellativi più diffusi sono "King", "Lord" e "Prince", aggiunti al nome di battesimo. Registrano una sola copia del disco per il loro seguito, tanto nel ghetto non c'è l'elettricità. Quando decidono di passare ai 45 giri, è perché vogliono vendere alle classi medie. E appena all'estero il pubblico perde la testa per Marley, star dei rude boys, anche la borghesia inizia ad ascoltarlo: ma il business del reggae distorce la dimensione sociale del movimento di ras Tafari. Si vedono rasta in BMW, all'università, e persino uno psichiatra rasta a capo dell'ospedale Bellevue. Le cose sono cambiate e Twelve Tribes, la comunità più influente degli Anni '70, riflette questa situazione. La teoria del suo fondatore, Vernon Carrington, è che in base alla data di nascita si appartenga a una delle tribù bibliche, a ciascuna delle quali Giacobbe ha dato un ruolo e permesso di agire in modo diverso (Genesi 49). Così Burning Spear sarà Benjamin, "il leone che al mattino divora la preda e la sera condivide il bottino" e Bob è Joseph, venduto schiavo ai bianchi, che aprirà ai fratelli le porte dell'Occidente. Ciascuno ritrova la sua storia, soprattutto i meticci come Marley, che i niyabinghis hanno tenuto finora in disparte. L'identificazione di Gesù con Sélaissié porta molti cristiani nel movimento. Il reggae si avvicina sempre più al genere slackness (porno) suscitando l'interesse delle case discografiche che non vedono l'ora di liberarsi dell'aurea di morigeratezza dei rasta. La ganja prende il sopravvento sullo "Jah!": il reggae ha copiato la ricetta del rock e come questo affonda nel caos, nel sesso e nella violenza. I vecchi l'avevano detto sin dall'inizio: il reggae non è rasta... Ma proprio quando in Giamaica si registra un calo di ispirazione, il mondo intero fa del reggae la prima musica "globale". In India i Beatles erano sconosciuti, Jimmy Hendrix non era nessuno per gli aborigeni australiani: Bob Marley no. E non è la slackness che i giovani ricercano ma il messaggio garveyano di Burning Spear, il misticismo d'I Jaman. Fedeli alle loro radici, creeranno nuovi tipi di reggae profusi di feeling africano. La porta è aperta a ogni genere musicale. Ma nella frenesia di scoprire la "seconda star del terzo mondo